TERRA NULLIUS

Terra Nullius Anterem Edizioni 2026 di Doris Emilia Bragagnini

 

Terra nullius: la terra di nessuno. La terra dell’assenza e del vuoto. Dell’in¬conscio e dell’abbandono. E della libertà. Una terra interiore di «penombre esistenziali», di tenerezza e «vuotitudine». Che riesce a fare del sommerso un luogo da abitare. Dove la parola si muove sottoluce nel silenzio latente, nella claustrofonia del profondo. Con le sue concrezioni sotterranee che paiono generarsi per gocciolio ed evaporazione del dolore. Un sentire carsico, come la terra di appartenenza dell’autrice. E che, proprio nel farsi terra nullius, riesce a creare motivi di rinascita. Nei «silenzi premuti in doppia grafia». Tra la percezione di sé come «scivolata / scivolata via» e «tentazioni d’essere», nel bisogno di trovare forma e parole da far aderire al corpo, alla vita. Tra ‘l’essere e il nulla’: quella possibilità ontologica, sartriana, del non-essere di gene¬rare il nulla, condizione insieme di negazione e di libertà. Nel mondo carsico sotterraneo, dove conservare la libertà e la forza di un «primo vagito». E dove, per questo «parto di sé», non può esservi che gestazione di parola. Una parola «liminale», nella sua bellezza sospesa. Che procede, simile al gocciolio nelle cavità carsiche, stilla dopo stilla. In un risuonare solo e continuo, come gli accordi tonali di Arvo Pärt, la sua musica tinnambulare, il suo minimalismo monodico. E monodia è il titolo di una poesia dell’opera, dove l’autrice si descrive come «una me che avanza / e arretra di ombra in ombra». Tutta la silloge si muove, in questo procedere e insieme arretrare, nel dare forma alla terra nullius. Ai versi che l’attraversano, in risalita dal fondo del silenzio o lasciati scivolare dalla gravità del dolore. Dove la parola, sotterranea, cerca una via per l’uscita, «una frase per tornare». Nella necessità di portare con sé, nel corpo e nella scrittura, il risuonare raccolto nel suo affondo esistenziale. Con una precisa invocazione: non tornare dall’oscuro senza eco. La parola di Doris Emilia Bragagnini esce più limpida dai suoi territori carsici per un nuovo, rarefatto, inizio. Come un «camminare sull’orlo di una battigia / che dissemina i passi delle sparizioni e le restituisce / purificate di una schiuma bianca imprecisa / gonfiata di niente». Si torna dalla sofferenza. Si torna dalle tenebre. E non si torna senza eco. (Laura Caccia dalla quarta di copertina)