issando il gesto

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issando il gesto
a saperlo tenere in punta di ciglia
scivolato, non di -piena- trasparente
rimanendo assorta, liquida
la goccia a zampillare come dal centro il latte
ché nutrire il ricordo rende gravide le mani
strette a coppa (forte), per l’offerta

e tu sia l’artiglio
o la tigre del cerchio – il fuoco

la mia -lingua- come di madre al cucciolo
non ti sarà confine, impasto di carne e storia
l’areola scoperta, le pieghe lambite
sterpaglia lasciata all’alcova dei venti
quando immobili e stanchi, indivisi
lasceremo le armi

 

img. Milan Borovička – From Woman series, 1979

da OLTREVERSO, Zona ed. 2012

siderale

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Siderale di Doris Emilia Baragagnini img. Josephine Sacabo

vorrei zittirlo, il non detto
quando arraffa stretto il seno
il non scorrere dei rami lungo i vetri
e paesaggi ininterrotti, artigliati
intorno a zigomi di sbieco

un orecchino solo
il resto reclinato sotto muri ceralacca
e gambe, senza rete – a filo –
dritto il laccio, fiore o perla da sedare
ciò che dentro è tonfo sordo (Griet )

di dirigere a memoria
cerchi piccoli, con la punta delle dita
brucia il palmo teso avanti
un giorno dopo l’altro – a capo
tra cuscini di un giardino siderale

sciogliere il vermiglio, la gota spaiata
deciderà l’inverno, torbido indietro di crespo
o – sapore di lago – trementina, sulle labbra

_________________  foto Josephine Sacabo

 

da OLTREVERSO, Zona ed. 2012

hungry sweet melody… e uno “sguardo” di Enzo Campi

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sweet, sweet, my hungry sweet melody, sweet…

osserverò le piume alzate contro il vento che
il tuo gorgheggio solleverà nel vuoto intabarrato
e lì, a colpire dove il fianco è muto e
cola l’ombra – rovesciata –
sulla rotondità del giglio oscuro
reciderò gli stami
scivolando al fondo di quel ringhio d’altro canto
da serrare, tra le mie parole nude

erano i giorni delle unghie scheggiate
tra gli spazi tanto freddo e
il ruvidore precipitava l’ululo
a lisciarle sulla faccia ma, non era la paura
a stringere nei nastri l’andirivieni di quel fronte
che vedevo nei suoi occhi
piuttosto un velo, patinato su quel bianco
sopraggiunto come schiuma di

– distacco –

per hungry sweet melody, di Doris Emilia Bragagnini

Precipitando di punto in punto (solo due occorrenze: dal “vuoto intabarrato” al “fianco muto” – dall”andirivieni” al “distacco”) fila si sfila (ma alla fine, in un certo senso, tutto si defila) la serialità dei verbi: osservare, sollevare, colpire, colare, recidere, scivolare, serrare, precipitare, lisciare, stringere, sopraggiungere.
Ognuno di questi predicati è contenuto in tutti gli altri, e tutti insieme – formando una serie – concorrono alla definizione (figurazione e defigurazione) del senso, o meglio: della messa in mobilità dei “sensi” che lavorano per il senso.
Ragionando in termini di sostituzione e di relazione ognuno di questi predicati è legato agli altri e potrebbe sostituirlo; e tutti insieme, relazionandosi, rendono intelligibile la sfera del sensibile, ovvero la corporeità.

L’asse paradigmatico si snoda attraverso locuzioni ora metaforiche (vuoto intabarrato / rotondità del giglio oscuro / ringhio d’altro canto), ora sinonimiche (cola-precipitava / serrare-stringere), ma non disdegna la cosiddetta riconciliazione dei contrari (ruvidore-lisciare).
La scansione poetica permette ai propri “punti” di precipitare attraverso un processo che definirei semanticamente matematico.
Tutto coincide, tutto si amalgama perfettamente, tutto sembra naturalmente dato e dovuto.
E la chiusa ci fa capire che il “sopraggiungere”, ovvero la gettata in cui si designa la “venuta”, se da un lato potrebbe essere considerato il giusto compimento, dall’altro lato inaugura la dissoluzione del “gesto”.
Del resto la dissoluzione è presente fin dalle prime battute (piume, vento, vuoto, ombra che cola) e si rinnova conclamandosi in quel “velo” (trasparenza, inconsistenza, impalpabilità) che chiude la danza.

Questa poesia parla e si parla (induce l’ascolto e si pone all’ascolto di sé) nel senso propriamente letterale, ovvero: dice le parole. E non si accontenta di dire, si concede il lusso di scandire e di drammatizzare.
Come avviene tutto ciò?
Molto semplicemente attraverso una sorta di forclusione: l’innesto di una regressione animale al “prima delle parole”, a una originarietà (o pre-originarietà) in cui il linguaggio era propriamente gutturale. Il diktat si snoda, in maniera progressiva (e quindi semanticamente matematica), sulla linea metamorfica “gorgheggio/ringhio/ululo”. L’insieme di queste tre emissioni figura e sfigura quello che Doris definisce “altro canto da serrare tra le mie parole nude”.
L’andirivieni poematico è essenzialmente onomatopeico (come a rafforzare la corporeità che qui si respira a pieni polmoni) ma è messo in abisso all’interno delle “parole nude”.
Le parole nude, parole poetiche di un corpo esposto, in un certo senso intatte, contengono in nuce tutta una serie di altre parole, per così dire, smembrate, spartite, animalizzate, forcluse.
Cosa sono le parole nude?
Sono, forse, le parole tese a “spaziarsi” nell’esposizione.
Si espongono alle unghie scheggiate o, se preferite, espongono le proprie unghie scheggiate.
Ma la nudità di cui sono pregne può rendere il tutto una “dolce melodia”, anche nell’inevitabile “distacco” che conclama e vanifica il gesto.

(Enzo Campi)

Così è

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310924_2498333546137_293163030_n

Sei l’inappetenza che ho dell’ordinario
un – rigo verticale – sulla bocca
la nota che incupisce gli angoli
se alla chiave del tuo orgoglio giungo in punta
tra il taciuto e l’evidente, l’increspatura a pelle
l’oscillazione all’antro del permettermi un refrain

Così è l’eterno al gioco
sbattere su gradi di caviglie, la mano a spingere sul collo
mentre è – dentro – che mi piego mio malgrado e
i colpi sono densi, provocazioni a vivere
che flettono in salita giusto all’attimo di contenere il grido

nell’assesto più profondo

 

da OLTREVERSO, Zona ed. 2012

non

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img ANGELA BACON-KIDWELL - testo: non, Doris Emilia Bragagnini

come mani senza dita
le mie parole prensili
addette alla banchina della vita
e occhi per guardare quanto passa o resta
farne ricordo di quanto non è stato

se avessi avuto pioggia sulla pelle e
indumenti asciutti alla valigia sotto il letto
sarebbe stato sbarazzarsi di una facoltà ingombrante
quella di riparare al nulla i polpastrelli
che non fiatano – domestici

______________________ img Angela Bacon Kidwell

 

da OLTREVERSO, Zona ed. 2012

al dorso

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img Anne_Julie Aubry ---------al dorso Doris Emilia Bragagnini

se una – fossetta – è il giorno e
il raggio a picco, sulla pelle

sono quelle fronde scure
palme di ventagli d’oasi
ante – un po’ dischiuse
a spingermi nel resto dell’armadio
per chiedermi cos’abbiano le mani
del tuo consenso inerme

(come rumore di tordo o
garluppo di fondo, inespresso
)

scivola dal palmo il sale per la coda
l’asciugatura al click, di un battito di ciglia
il filo per la presa

————————————-al dorso

“legami i margini, fammi restare”

ambarambaciccicoccò tre civette sul comò

 

______________________img Anne-Julie Aubry

da OLTREVERSO, Zona ed. 2012

non l’azzurro

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   scendono rami dagli occhi
   non più interno con vano
   portaombrelli adibito
   ma zolle riarse inerpicanti frammenti
   saprà di te l’innesto, inciso
                                         a lato
   impalcatura ad amo o chiodo fisso
                        –libera-carica-libera
   non l’azzurro
                          chiuso
                                         a forbice
.

il latte sulla porta

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S.Burnstine

come una marea
che – liscia e liscia –

passi questa tomba scabra
come bocca disseccata e
a nulla vale il latte sulla porta
l’andirivieni della notte con i suoi alterni opali
pasti indotti, di una giovane falena

tendimi la pelle
fanne un tamburo per giorni muti
quando a sgranocchiare ore non ci penseranno i denti
ma una lingua, che si farà lasciva
nel porgerti le scuse d’essere stata onesta

ti laverò dal mio peccato – non del tutto – originale
luciderò quella salsedine, trama su papille scure
sarà l’estinguersi del solco a brindare al ventre storto

 

da OLTREVERSO, Zona ed. 2012